venerdì, 05 giugno 2009

Protagora: Giovane Simplicio, passeggiando per il Pireo, ho incrociato Alessandro di Peania, assai scuro in viso. Ha ancora litigato con Futur ?

Simplicio: No, nulla di tutto ciò. Futur è simile ad una delle cicale del Licabetto, fastidiose soltanto per il loro frinire. Ti dirò, un poco mi fa pena. E' riuscito a far le sue piazzate, un giorno prima che Alessandro annunciasse d'aver organizzato mostre alla Stoa Pecile ed una scuola per giovani artisti e filosofi

Protagora: Il Fato o Sofia son nemiche di quell'uomo. Allora, perchè Alessandro è simile ad un Eracle furente ?

Simplicio: Pare che sia stato accusato d'esser senza morale

Protagora: Simplicio, nella vita ho raramente incontrato esseri del genere, come altrettanto raramente ho incontrato esempio indiscutibili di etica, come il mio amico Socrate. La maggior parte degli ateniesi, degli elleni e dei barbari son fatti d'acciaio e creta, virtù e vizio.

E da quanto lo conosco, Alessandro mi par appartenere a tale tribù. Come mai ha avuto tale accusa d'empietà ?

Simplicio: Per aver difeso Pericle dalle chiacchiere su Aspasia di Mileto e Fidia da quella di essersi appropriato di una parte dell’oro da utilizzare per l’Atena Parthenos

Protagora: Quindi è vittima del veleno che il demagogo Stercodario ha sparso per Atene, veleno che perverte il senso dell'etica e della democrazia

Simplicio: Che Stercodario sia simile ad un otre vuoto, con tanto fiato e poca intelligenza, è risaputo persino dagli oligarchi che lo sostengono. Però definirlo così...

Protagora: La prima perversione è quella dell'etica. Sai, questa è centrata sull'Uomo, il quale rispetto agli Dei ha la disgrazia d'esser fallibile ed il dono d'esser perfettibile.Stercodario al contrario, come Platone, la basa su principi, lontani dalla vita e dalla realtà concreta.

Giudizi che mancan di carità e di speranza e di ragione, abili maschere per l'Odio. Gli ateniesi che seguono Stercodario non san più distinguere il giusto dall'ingiusto, il secondario dal primario. Per loro, utilizzare una trireme per andare al Sumio, l'ultima accusa subita da Pericle, è analogo a tutte le offese ed allo sterco gettato addosso ad Aspasia.

Uccidere la memoria e la fama è assai più grave che uccidere il corpo

Simplicio: E la democrazia ?

Protagora: Per Stercodario, la democrazia è uno strumento per educare e rendere migliore l'uomo, ossia rispondente ai suoi personali principi astratti

Ma la democrazia è pura teknè. Strumento ottimo per permettere al Demos di scegliere da chi vuole essere governato. Strumento ottimo, perchè permette di controllare i governanti cattivi o incompetenti in modo che non facciano troppo danno e che sublima la lotta e la violenza, impendendo agli ateniesi di cadere nella guerra civile

Nulla più. Non ci rende migliori o peggiori. Affermarlo è come dire cha la medicina non serve a curare il corpo dai suoi malanni, ma a renderci virtuosi.

E Stercodario nega questo, offendendo il Popolo quando questo non vota per lui che, non si sa sulla base di quale criterio, si crede migliore, ma per Pericle.

E con le sue offese, seminando odio, getta il seme della Tirannide

Simplicio: Perchè non proporlo all'ostracismo, durante l'ottava pritania ?

Protagora: Perchè un'altro devoto di Eris, ben più feroce, potrebbe prendere il suo posto.Dobbiamo combatterlo, con l'ironia e la ragione. E' uno dei tanti compiti del filosofo

postato da: alessiobrugnoli alle ore 14:56 | Permalink | commenti
categoria:principi
venerdì, 29 maggio 2009

Grazie ad una preziosa segnalazione di Mario Esposito, do visibilità al Manifesto di Manifesto di Paskua, Gonod, Morin, tradotto da Ivonne Citarella

MOVIMENTO PER LA METAMORFOSI DEL MONDO

Permetteteci di salutarvi e di congratularmi per la vostra iniziativa di costituire il gruppo la "Metamorfosi". Non stupisce che i primi a impegnarsi in questa battaglia per il futuro siano gli artisti. Essi avvertono più profondamente e più velocemente di altri le sofferenze e le speranze del mondo, le loro opere liberano delle forze generatrici. Vi invitiamo a mettere i vostri talenti a servizio del vasto movimento per la trasformazione del mondo di cui voi sarete i pionieri. L’opera singolare del nostro amico Paskua ne incarna l'avanguardia.

Noi siamo i testimoni e gli attori della crisi del mondo che colpisce tutte le sfere. Un sistema di analisi sistemica mostra che essa è il risultato di un groviglio di molteplici componenti, di relazioni e retroazioni innumerevoli che si tessono tra processi estremamente diversi e aventi per fondamenti i sistemi economici, sociali, demografici, politici, ideologici, religiosi, religiose, l’ etica, il pensiero, lo stile di vita, l'ecosistema, tutti in crisi.

L'astronave Terra non ha pilota. I suoi quattro motori, scienza, tecnologia, economia, il profitto, sono tutti incontrollati. In mancanza di una governance mondiale, la nave va al disastro. Questa è l'ipotesi più probabile.

L'improbabile è la capacità di trovare in tempo utile una guida che segua un altro percorso che permetta di affrontare le questioni di vitale importanza per l'umanità, in primo luogo il degrado della biosfera, incluse le minacce nucleari che non sono scomparse.

Ci vorrebbe una metamorfosi, che nello stato di coscienza attuale è un’ipotesi improbabile, anche se non pari a zero. Ma che cosa, in realtà, una metamorfosi? Il passaggio da una forma ad un'altra, e in biologia, una trasformazione importante del corpo e dello stile di vita e nello sviluppo di alcuni animali come gli anfibi e alcuni insetti. Così si parla della metamorfosi delle farfalle o rane. Qui l'auto-distruzione è anche auto-costruzione, un’identità mantenuta nella diversità.
Più in generale, la nascita della vita è una metamorfosi di un prodotto chimico-fisico. Le società storiche società lo sono diventate a partire da un aggregato di società arcaiche. La vita e la società sono il prodotto di metamorfosi. Esse sono in pericolo. La storia è anche il tragico risultato di sviluppare la capacità di distruggere l'umanità. È pertanto l'assoluta necessità di una meta-storia. Essa non ha la fine della storia, in contrasto con la tesi di Fukuyama che aveva licenziato il trionfo del capitalismo alla conclusione della sua durata. Le abilità creative non sono esaurite. Un'altra storia è possibile.

Ci sono motivi di speranza.

L'Uomo Generico, Marx esprime le sue virtù e la creatività generativa connesse alla sua umanità. Queste capacità sono sempre presenti nell’uomo. È possibile utilizzare la metafora delle cellule staminali latenti in un organismo adulto che la biologia moderna ha rivelato. Allo stesso modo, vi sono società standardizzate, stabilizzate, rigide, generatrici di stress che affliggono la creatività. Il "Movimento artistico internazionale per la metamorfosi del mondo", creato dall’artista Paskua è la prova della possibilità di poter sovvertire questo mondo.

Attualmente la crescente crisi finanziaria ed economica ha scosso i leaders e gli economisti risvegliandoli dal loro torpore per "riformare il capitalismo".
È una crisi che alcuni si ostinano a considerare come un evento ciclico. Ma l’attuale crisi è sistemica, globale, multi dimensionale molto vasta e profonda che coinvolge tutti i popoli. Ed è tra i popoli che si risveglieranno le forze creative e la volontà di trasformazione. E pur se è vero che una rondine non fa primavera, è altrettanto vero che sono evidenti i segnali di risveglio.

Così, da Seattle a Porto Alegre è palese la volontà di replicare alla globalizzazione tecno-economica attraverso lo sviluppo di altre forme di globalizzazione, verso l’elaborazione di una vera e propria politica dell’umanità, che dovrebbe andare oltre l'idea di sviluppo.

Nessuno può ignorare l’aspirazione multimillenaria degli uomini alla armonia, che via via ha preso la forma di paradisi utopici, ideologie libertarie, socialiste, rivoluzioni comuniste e le rivolte giovanili degli anni 60 anni ( Pace -Amore). Questa aspirazione non è scomparsa. Essa si manifesta in una miriade di pensieri, di iniziative, di azioni multiple disperse nella società civile che sono sistematicamente ignorate da un sistema politico-amministrativo estremamente sclerotizzato.

I grandi movimenti di trasformazione cominciano sempre in maniera modesta, marginale, deviante, quasi in modo invisibile. Così è stato per le grandi religioni, Buddha, Gesù, Maometto, e così hanno iniziato il loro sviluppo anche il capitalismo, la scienza moderna, il socialismo. Oggi l’altro-mondismo può essere espresso semplicemente come: il desiderio di un mondo diverso.

Sono emerse centinaia di proposte, ma questo non è sufficiente a fondare una società coerente, alternativa, realistica e visionaria. Con le nostre “7 riforme fondatrici”, intendiamo fornire un “supplemento d’anima" per realizzare una "Nuova via".

Per perseguire questo scopo, le 7 principali linee guida proposte sono:

1. la riforma del sistema politico,
2. una politica dell’umanità e della civiltà,
3. riforme economiche,
4. riforme sociali,
5. riforma del pensiero,
6. riforma dell’educazione,
7. riforma della vita e riforma morale.


1. La riforma della politica: politica dell’umanità e della civiltà.

Il sentiero è stato tracciato da una serie di lavori per rigenerare il pensiero politico.
Sono più di 40 anni che Edgar Morin constata la crisi della politica a tutti i livelli. La politica ne mette in mostra la difficoltà, il fallimento della gestione di una politica per l’intera umanità o antropolitica. Questo ultimo importante concetto deve essere sviluppato e ampliato in lavori successivi.

Oggi, con la globalizzazione, la crisi politica è più profonda e generalizzata, interessa tutti i livelli e porta a pensare continuamente e, contemporaneamente, a livello mondiale, continentale, nazionale e locale.

La politica planetaria e dell’umanità è "la patria mondiale " erede dell’ internazionalismo pratico, ancora in germinazione nel seno dell’ alter-mondialismo.

Essa è preposta per salvaguardare l'unità e la diversità umana. Il tesoro dell’ unità umana è la diversità, il tesoro della diversità è l'unità. Di qui la necessità di istituzioni planetarie per salvaguardare l'umanità, competenti per affrontare i problemi di vita e di morte della biosfera, dell'economia, delle disuguaglianze sociali, dello status inferiore delle donne, delle armi di distruzione di massa.

Nel mondo globale, lo sviluppo della coscienza mondiale è la dimensione della sfida, ed è inseparabile da quello del comune destino dell'umanità. Questa piena coscienza, ancora embrionale, sarà la condizione della riforma dell’ONU, esempio di una società mondiale dotata di un sistema giuridico, di una governance, di un orizzonte di democrazia, di solidarietà, di fraternità. A sua volta l'istituzione retroagirà positivamente sullo sviluppo della coscienza planetaria.
E anche a livello globale, è necessario rivedere l'idea di sviluppo, che è diventato il filo conduttore di tutti i discorsi politici. Dobbiamo andare oltre il concetto o sviluppare l'idea stessa.

Il suo fallimento risiede nel suo esclusivo nucleo tecnico-economico basato esclusivamente sul calcolo. Lo sviluppo tecno-economico è concepito come la locomotiva che deve necessariamente portare democrazia e vita migliore. La realtà è più ambivalente. E 'anche la distruzione della solidarietà tradizionale, l'esacerbazione degli egoismi, e in ultima analisi, l'ignoranza dei contesti umani e culturali. Infatti, lo sviluppo, così come è stato praticato, si applica in modo indifferenziato a delle società e culture molto diverse, indipendentemente dalle loro peculiarità, dalle loro conoscenze, dalle competenze, dalle arti della vita, qui compresi presso i popoli che l’hanno ridotto ad una visione analfabetica allorquando si ignorano le ricchezze delle loro culture orali tradizionali.

Lo sviluppo ripensato deve rispettare le culture e integrare ciò che è valido nell’attuale idea di sviluppo, ma per la progettazione nel contesto specifico di ogni nazione o cultura.

La politica di riforma della civiltà riguarda tutte le parti del mondo occidentalizzato. Essa eserciterebbe contro i crescenti effetti negativi dello "sviluppo" della nostra civiltà occidentale, tenderebbe a ripristinare la solidarietà, a ri-umanizzare le città, rivitalizzare il paesaggio. Essa rovescerebbe l'egemonia della quantità a vantaggio della qualità, della qualità della vita "meno ma meglio", contribuirebbe alla riforma della vita.

Il concetto di sviluppo deve essere necessariamente riconsiderato, superando l'alternativa di crescita / declino, esso terrebbe conto di ciò che deve crescere o decrescere, ciò che dovrebbeve restare fermo, al termine di una riflessione più complessa della crescita a qualsiasi prezzo.

Tale riforma, di portata globale potrebbe e dovrebbe essere portata a livello nazionale, e per estensione a livello continentale. L'Unione Europea e l’America Latina sembrano più maturi per intraprendere questa nuova strada.

2. Le riforme economiche

La crisi finanziaria, la recessione economica, i piani di salvataggio del credito, condizione permissiva del capitalismo, la protezione da parte dello Stato di intere industrie, come le automobili, il rilancio di spese per infrastrutture, conducono i leaders di un mondo ora pienamente capitalista per cercare di riportarlo sotto controllo, di piazzare "un pilota a bordo di un aero". In concomitanza con il nostro incontro e questo appello, il G20 si riunisce. Vedremo che cosa ne verrà fuori. Vedremo se si tratterà di un gioco a somma zero, ognuno proteggendo la sua economia e guardando che i partners ne beneficino.

Le vittime della crisi non sono i banchieri, né i ricchi, ma i poveri dei paesi ricchi e i
poveri dei paesi poveri. La recessione crea disoccupazione, ma è anche un pretesto per i licenziamenti, nel quadro di una feroce concorrenza, ridurre i costi salariali per garantire i profitti. I dirigenti del mondo non sono improvvisamente colpiti dalla grazia della notte francese del 4 agosto 1789 e l'abolizione dei privilegi, la maggior parte di loro ne sono i difensori. Occorre pertanto, oltre ai vincoli del sistema di salvataggio, la spinta delle forze sociali disperse in tutto il mondo per dare un senso alle misure e aprire un nuovo percorso, stabilire un'istituzione permanente, una sorta di consiglio di sicurezza economica, responsabile della regolamentazione dell'economia globale e del controllo delle speculazioni finanziarie.

La produzione energetica del modello attuale è il grande progetto del secolo. Non è più sostenibile, non solo a causa dell’esaurimento, un giorno dopo giorno, delle risorse petrolifere, ma del deterioramento ambientale, del cambiamento climatico, di cui è verosimilmente una delle cause. Noi non sottovalutiamo il movimento di ricerca e di sviluppo per migliorare i rendimenti energetici e le energie rinnovabili, ma il principale movimento tiene alla riforma del modello dello sviluppo e a allo stile di vita.

Occorrerà, inoltre, far fronte ad un altra sfida globale: nutrire l'umanità. Anche se il boom della popolazione ha subito un rallentamento, resta il fatto che tra- 50 anni ci sarà –salvo una pandemia mondiale- 9 miliardi di esseri da nutrire. I terreni coltivabili non è estensibili, occorrerà aumentare la resa del terreno. Come? Con l'uso massiccio di fertilizzanti e pesticidi, di cui possiamo misurare i danni prodotti nei paesi che hanno industrializzato la loro agricoltura? L’irrigazione, che consuma la maggior parte di acqua, che, del resto, sta diventando una risorsa scarsa? Dalla modificazione genetica degli organismi, con le interrogazioni per l'ambiente e la tutela dei contadini dai monopoli?
Politiche energetiche e della fame possono essere in opposizione. Produrre i biocarburanti a base di prodotti agricoli significa implicitamente dare la priorità all'attuale modello di consumo energetico, e mettere in secondo piano tutto il resto .

La comunità internazionale deve fare scelte chiare.

Quale altro modello è proponibile?

Prima un New Deal composto da un vasto gruppo di programmi collettivi rapportati all’umanità. Occorre integrare questi grandi programmi mondiali con programmi continentali e nazionali.

La liberazione della tirannia dei mercati locali, richiede lo sviluppo di una economia pluralistica a livello locale. Ci sono alcune iniziative in corso, come la creazione e l'espansione dei mutui, le cooperative di produzione e di distribuzione, le cooperative di donne in Africa e in Asia, negozi di alimentari, il commercio equo e solidale, le imprese cittadine, l'agricoltura e l'agricoltura biologica, i micro-credito o valuta locale. Tutte queste azioni di basso livello, nate nel sistema e a causa del quale, sono come crisalidi pronte alla metamorfosi.

3. Le riforme sociali

Il mondo grida per la disuguaglianza e l’ ingiustizia. Gli ideali libertari, socialisti, comunisti, li hanno storicamente combattuti. Ancora una volta l’internazionalismo , ma questa volta planetario, è all'ordine del giorno. La povertà continua a colpire ancora una gran parte della popolazione del mondo, benché le disponibilità scientifiche tecniche non mai state così grandi. Le disuguaglianze si esprimono in modo grossolano attraverso le disuguaglianze del PIL tra le nazioni e le persona.

Il vecchio sogno di utopia egualitaria, per esempio, una rendita universale di vita, rimane una aspirazione che non è quella delle attuali istituzioni internazionali. Le differenziazioni sono cresciute con la globalizzazione. Il Terzo mondo degli anni 60 è stato distrutto. L'economia del petrolio ha creato una situazione di rendita ai paesi del Golfo, che hanno fatto appello ai migranti, agli schiavi e ai negletti. La Cina, orientatasi verso il capitalismo selvaggio, realizza l'accumulazione primitiva a scapito delle masse contadine. Il suo salto industriale per i beni manufatturieri per uso industriale che ha permesso , per fortuna, dei progressi nel tenore di vita interna, ha come contropartita la perdita di posti di lavoro altrove e la pressione sui salari dei paesi sviluppati. Il problema è la distribuzione dei profitti su scala globale. Come si può migliorare il tenore di vita nei paesi in via di sviluppo senza alterare quello dei paesi sviluppati e ridurre le disuguaglianze in tutto il mondo? Come far convergere delle forze sociali difendendo le loro rivendicazioni in un insieme più ampio dominato da imprese multinazionali?

Noi, in Europa, potremmo essere in grado di fornire delle prime risposte. L’armonizzazione salariale "verso l'alto" è la battaglia futura, perché è chiaro che il capitale si adopererà per sostenere il peso della crisi ai suoi dipendenti. L'armonizzazione della protezione sociale, e quello della tassazione, sono altri progetti.

Un altro problema è quello del pensionamento degli anziani. Fortunatamente, l'aspettativa di vita è aumentata grazie ai progressi nel campo della medicina e dell’igiene. Ma questo prolungamento è molto disuguale nel mondo, per esempio, tra Haiti e il Giappone, e in Francia fra i dirigenti e gli operai. La conseguenza dell’allungamento della vita è l'invecchiamento della popolazione, e con essa, la difficoltà di finanziamento delle pensioni per tutti e della protezione sociale. Un grande problema che non può rimandato aspettando l’ipotetico ricambio generazionale e che mette alla prova la solidarietà intergenerazionale. Bisogna creare norme mondiali ancora una volta, in linea con la problematica sociale.
Le riforme economiche e sociali sono collegate ricorsivamente. Le scelte nella divisione internazionale del lavoro determina la scelta sociale e viceversa. Esse devono essere trattate insieme anticipando le loro conseguenze , ivi compreso il loro impatto geopolitico.

4 . La riforma del pensiero

E 'difficile pensare l’attuale crisi globale e le sue prospettive. Soprattutto quando la velocità delle trasformazioni e la globalizzazione agiscono su tutte le sfere sfocandone le rappresentazioni. La complessità della situazione da le vertigini e ingenera nella maggior parte di noi un senso di impotenza e di terrore che ci induce ad abbandonarne la comprensione e l’azione.

L'attuale frammentazione del pensiero rende impossibile la comprensione del mondo. La chiusura disciplinare non permette di raccogliere e sviluppare i problemi fondamentali e globali per cui si rende indipsensabile la necessità di un pensiero complesso che possa collegare le conoscenze, il particolare al generale, il generale al particolare, che possano concepire la relazione dal globale al locale e dal locale al globale. I nostri modi di pensare devono integrare un andirivieni costante tra questi livelli.

Per dominare la complessità del mondo, il sistema del pensiero deve essere complesso.

Se le nostre menti restano dominate da un modo limitato, incapace di cogliere le diverse realtà nella loro complessità e nella loro interezza, se il pensiero filosofico resta bloccato in giochi effimeri, allora andremo verso la catastrofe. Solo un pensiero in grado di comprendere non solo la complessità delle nostre vite, dei destini, la relazione fra individuo-società-spazio ma anche quella dell’era globale, si può fare la diagnosi della corsa del pianeta verso l'abisso, e stabilire le linee guida che permetteranno di dare un filo conduttore alle riforme essenziali.

In breve, solo un pensiero complesso può darci i mezzi per preparare il cambiamento globale, sociale, individuale e antropologico.

5. La Riforma dell’Istruzione.

Forse è la condizione prioritaria per lo sviluppo di tutto il resto.
L'istruzione rappresenta una guida alla vita, individuale e collettiva, un modello che si trasmette tra generazioni. Si tratta di un rilevante sistema di potere, di inerzia e tempi lunghi. È per questo che è al centro dell'evoluzione della società.

La trasmissione delle conoscenze non rende immuni da errori e illusioni, che sono i parassiti dello spirito umano. Si ripropone di armare ogni mente nella lotta vitale per la chiarezza . È pertanto necessario introdurre e sviluppare nell’insegnamento lo studio del caratteri celebrali, mentali, culturali, dei processi e le modalità della conoscenza, delle disposizioni tanto psichiche quanto culturali. Questa osservazione preliminare solleva il problema della adeguatezza della formazione attuale e del suo contenuto.

I principi di una conoscenza pertinente sono i seguenti: promuovere una conoscenza in grado di cogliere le questioni globali e fondamentali per includere le conoscenze parziali e locali, insegnare la condizione umana, spiegare l'identità terrena, educare alla comprensione degli altri. Pertanto è da
questi punti che bisogna partire per costruire nuovi curricula.

L'istruzione deve contribuire, non solamente ad una consapevolezza della trinità individuo- spazio-società e ciò che essa implica, come il comportamento frontale nei confronti di altre persone e della
natura con la nostra Terra -Patria, ma anche garantire che questa consapevolezza si traduca in un
desiderio di ottenere la cittadinanza della Terra.

6. La riforma della vita.

Questo è il problema concreto sul quale dovrebbero convergere tutte le altre riforme.
Le nostre vite sono inquinate e degradate dal mostruoso stato delle relazioni fra uomini, individui e popoli, dalla diffusa incomprensione degli altri, dal prosaismo dell’esistenza consacrata da stereotipi che non danno soddisfazione, e infrangono tutto il mondo attuale, in contrapposizione alla poesia dell’esistenza, che è congenita all'amore, all'amicizia, allla comunione,e al gioco.

Trovare un modo di vita è un tema molto antico affrontato dai saperi tradizionali delle differente civiltà e in Occidente dalla filosofia greca. La riforma della vita mira a rigenerare l'arte di vivere in arte di vivere poeticamente. Si presenta in modo particolare nella nostra civiltà occidentale, caratterizzata dall’ industrializzazione, l'urbanizzazione, la ricerca del profitto, la supremazia della quantità sulla qualità…La civiltà che regna oggi sul pianeta apportando non solo le sue innegabili miglioramenti, ma anche i suoi innegabili difetti e le degenerazioni che sono state risvegliate nel
mondo occidentale prima e che ora hanno colpito tutto il mondo.

L'uomo ora vive in una "Tecnosfera. Ne è parte integrante. Nonostante la recente crescita delle biotecnologie è la civiltà meccanica che domina già dall'epoca della rivoluzione industriale del XX secolo, e di cui la robotizzazione costituisce il punto dominante. Il cronometro è il maestro, e con lui il ritmo del lavoro, la riduzione del tempo libero e lo stress, i flussi tesi nell’impresa, contratti dalla competitività e dal profitto a breve termine. Le nuove tecnologie dell'informazione disibinitorie della comunicazione personale, diventano una tirannia con il telefono portatile, a causa del quale si perde la libertà della persona che può essere monitorata e rintracciata ovunque. Così, la combinazione dello sviluppo della civiltà industriale sotto l'influenza delle nuove tecnologie e delle nuove condizioni di lavoro e profitto, provocano un cambiamento nel corso del tempo, l'urgenza si trasforma in istantaneità. Il culto dell’urgenza, ha portato ad una società malata di tempo e che perde il tempo di vivere. E si difende rivendicando il tempo libero.
La società ne diviene cosciente e reagisce con i mezzi a sua disposizione. Il desiderio di una "vita reale" è visto come antidoto al male fisico, morale e spirituale dal ricorso all’ uso di psichiatri, psicoanalisti, ai psicotropi, stupefacenti e varie dipendenze. Ella si rivolge anche alla religione, all'occulto, per soddisfare i propri bisogni spirituali soffocati da una civiltà dedicata ai bisogni materiali, all'efficienza e alla potenza.

La Riforma della vita ci deve condurre ad una migliore qualità della vita, a ritrovare un senso estetico, attraverso l'arte, naturalmente, ma anche in relazione alla natura, in relazione al corpo, e a rivedere le nostre relazioni interpersonali, ad inglobarci nella comunità, senza perdere la nostra autonomia. Questo è il tema della convivialità evocata da Illich negli anni 70. Ci sono ormai ovunque, i semi di questa riforma. Essi appaiono come il desiderio di un'altra vita, la rinuncia di uno stile di vita lucrativo per una vita nuova, che sceglie di vivere meglio con se stessi e con gli altri, e contemporaneamente fra se stessi e il mondo. Questo anelito di vivere in modo"diverso", si manifesta in molti modi nella poesia della vita, nell'amore, nelle feste, negli amici e nei rave parties. Se si considera l’insieme di tutti questi fattori, che individualmente sembrano insignificanti, è possibile dimostrare che la riforma della vita è sancita nelle possibilità della nostra civiltà. Il denominatore comune è : prima la qualità rispetto alla quantità, il bisogno di autonomia è legato alle esigenze delle comunità, la poesia dell’amore è la nostra verità suprema.

La consapevolezza che "la riforma della vita" è una delle aspirazioni fondamentali della nostra società è una leva che ci può aiutare ad aprire la via.

7. La riforma morale

Che vite barbare! Noi non siamo civilizzati internamente. La possessività, la gelosia, l'incomprensione, il disprezzo, l'odio, la delusione di se stessi e degli altri sono il nostro quotidiano. Gli inferni domestici sono microcosmi di un inferno più ampio delle relazioni umane.

Ricadiamo su una preoccupazione antica dal momento che i principi morali sono presenti in tutte le grandi religioni universalistiche come anche nella morale laica. Ma le religioni che hanno sostenuto l'amore del prossimo hanno scatenato dell'odio terribile, e nulla è stato più crudele in quelle religioni di amore.

Sembra chiaro che la moralità debba essere ripensata e che la riforma debba includerla nel cuore del soggetto. La riforma morale richiede, in primo luogo, l'integrazione, nella sua propria coscienza e la sua propria personalità, un principio di auto-riesame permanente, perché senza la conoscenza, noi non si menta a noi stessi, e non ci si inganni senza sosta.

Se si definisce il soggetto umano come un essere vivente in grado di dire "io", vale a dire una posizione che lo pone al centro del suo mondo, si avvera la condizione che ognuno di sé che porti in sé un principio di esclusione ( nessuno può dire 'io' al mio posto). Questo principio si comporta come un auto-affermazione egocentrica, che da la priorità a se stessa sulle altre persone incoraggiando l'egoismo. Allo stesso tempo, il soggetto è un portatore del principio di inclusione che ci dà la possibilità di includerci in un rapporto con gli altri, con i nostri (famiglia, amici, casa), e che compare al momento della nascita in cui il bambino sente un disperato bisogno di attaccamento. Questo principio è una quasi-integrazione d’integrazione dentro un noi, e che subordina il soggetto, a volte fino al sacrificio della sua vita. L'essere umano è caratterizzato da questo doppio principio: uno porta all’egocentrismo, a sacrificare gli altri per sè, l'altro porta all’altruismo, all'amicizia, all'amore ... Tutto nella nostra civiltà, tende a promuovere la logica egocentrista. La logica altruista e solidale è presente ovunque, inibita e dorme, e può svegliarsi. E’ dunque questa logicità che deve essere sviluppata.

Bisogna concepire ugualmente un’etica a tre dimensioni in virtù della trinità umana individuo-società-spazio, i tre sono in interrelazione permanente. In questo senso necessita di un reciproco controllo dalla società all’individuo e dall’individuo alla società cioè la democrazia, e al XXI secolo la solidarietà terrestre.
L'etica deve essere formata nella mente dalla consapevolezza che l'uomo è di volta in volta individuo, parte di una società, parte di una specie. Ognuno di noi ha dentro di lui questa triplice realtà. Inoltre, ogni sviluppo veramente umano deve includere lo sviluppo congiunto delle autonomie individuali, dalla partecipazione della comunità e dalla consapevolezza di appartenere alla specie umana.

Da lì prendono forma le due grandi finalità etico-politico del nuovo millennio: stabilire un rapporto di controllo reciproco tra la società e gli individui dalla democrazia, concepire l'umanità come una comunità globale.

In conclusione: limiti e possibilità

Le riforme sono interdipendenti. Le Riforme morali, del pensiero, dell'istruzione, della civiltà e della politica, quella della riforma della vita si richiamano a vicenda. Pertanto, il loro sviluppo creerebbe una sinergia, una nuova dinamica che varrebbe più che la loro somma.

Si tratta di un enorme potenziale, ma dobbiamo anche essere consapevoli dei loro limiti. Non è solo l'Homo sapiens, faber, economicus, ma anche demens, mythologicus e ludens ... Non potremo mai eliminare la capacità di delirio, non si potrà mai razionalizzare l'esistenza (il che sarebbe del resto, la normalizzazione, la standardizzazione, la meccanizzazione ) Non si potrà mai raggiungere l'utopia di armonia permanente, di felicità assicurata.Ciò che possiamo sperare non è il migliore dei mondi, ma un mondo migliore.

Tornando al punto di partenza: ci stiamo muovendo verso l'abisso. Ma ci sono miliardi di crisalidi vegetali, animali, umani, che sono in metamorfosi. Sono delle immense potenziali forze, ma condizionate dal loro ambiente. Per quanto riguarda l’umanità delle forze , ancora virtuali, in sostanza, devono mobilitarsi. L'abisso come la metamorfosi non sono fatali.

Il Cammino delle sette riforme proposte qui sembra l'unico modo per rigenerare sufficientemente il nostro mondo, per realizzare la trasformazione di un mondo migliore.

Per renderla realtà c’è bisogno della mobilitazione di tutti coloro che aspirano, in un vero e proprio Movimento per la metamorfosi del mondo.

Edgar Morin, filosofo, sociologo

Pierre F. Gonod, futurista, politico

Paskua, artista

postato da: alessiobrugnoli alle ore 10:22 | Permalink | commenti
categoria:principi
lunedì, 25 maggio 2009

So che mi diranno che sono diventato berlusconiano. Non è vero. Se fosse vero lo direi. Più semplicemente non ne posso più di polemiche iniziate quando i miei primi figli erano all’università e che continuano ora che hanno messo su famiglia. L’ultima è di queste ore. Berlusconi ha attaccato il Parlamento, dicono. Il presidente Fini ha preso le difese delle Camere, l’opposizione ha gridato al «regime». Persino il mite Antonello Soro, capogruppo Pd al Parlamento, ha rilasciato dichiarazioni come fossimo al giorno dopo l’assassinio di Matteotti. Ferrero e Diliberto hanno convocato sit in e il capo del partito più antidemocratico che esista, Antonio Di Pietro, ha chiamato alla sollevazione contro il fascismo. Dobbiamo aver paura?

Mi piace partire dai fatti e sono andato a cercarmi le frasi di Berlusconi su un giornale non berlusconiano. Così le riferisce il Corriere della Sera. La prima è questa: «Non ho poteri, perché la Costituzione è stata scritta dopo il Ventennio, tutto il potere è andato al Parlamento, pletorico, 630 deputati, ne basterebbero 100 come il Congresso americano». La seconda è questa: «Diranno che offendo il Parlamento, ma questa è la pura realtà: le assemblee pletoriche sono inutili. Alcuni parlamentari non si vedono mai, perché imprenditori, professionisti hanno cose più importanti da fare che stare lì dentro per un giorno con le mani dentro la scatoletta del voto e votare centinaia di emendamenti». Questo sarebbe l’attacco al Parlamento.

Ho pensato alla mia esperienza durata sette anni e ai discorsi che facevo con i tanti colleghi di sinistra e di destra (non ho mai perso il vizio del dialogo). Dicevamo le stesse cose di fronte a giornate lunghissime in cui eravamo a disposizione di capigruppo per votare leggi che il più delle volte non si conoscevano. La frustrazione era tanta, per fortuna ben pagata così da alleviare il male dell’anima. L’aspetto paradossale di quest’ultima polemica sulla democrazia e sul Parlamento è che avviene come se tutti scoprissero oggi dalle parole di Berlusconi che il nostro sistema parlamentare è malato.
Non c’è stato convegno, organizzato dai partiti del centrosinistra, in cui non si siano denunciati due limiti delle Camere. Il primo riguarda il fatto che hanno le stesse funzioni mentre nei Paesi civili, in quelli che hanno due Camere, la diversità di funzione e di rappresentanza spiega l’origine del bicameralismo. Il secondo riguarda il numero di deputati e senatori. Non c’è alcun dubbio che siano troppi. Oggi poi sono eletti non più sulla base di un collegio ma nominati dall’alto, quindi la loro funzione di rappresentanza si è ridotta quasi a zero. Se sottoponessimo le frasi di Berlusconi a qualunque presidente delle Camere del passato o a qualunque leader della sinistra, senza dire chi ne è l’autore, avremmo consensi entusiasti. Diciamo la verità: Berlusconi ha detto quello che pensano tutti e che è stato sancito da una convegnistica sulla materia che ha prodotto centinaia di migliaia di pagine. Allora dov’è il problema?

Berlusconi ha un modo colorito di parlare. È un affabulatore che va diritto al sodo e sa come affascinare una platea. Giovedì il suo discorso davanti a una platea di imprenditori ha ricevuto molti applausi, comprese le parti che hanno sollevato polemiche. Non credo che gli imprenditori italiani, applaudendolo, abbiano inneggiato al fascismo. Hanno altro da pensare. Più semplicemente hanno sottolineato il distacco che li separa da un Parlamento che non gode nell’opinione pubblica di una grande stima. E non ne gode proprio perché lavora in modo farraginoso, l’una Camera è lo specchio dell’altra, i parlamentari sono troppi.

Le stesse cose che ha detto Berlusconi si potevano dire in modo diverso. Tuttavia il problema è quello. Il giorno in cui si farà una Grande Riforma condivisa si ridurrà il numero dei parlamentari e si assegneranno compiti diversi alle Camere stabilendo forme diverse della rappresentanza. È tutto così banale, così scontato, così già scritto, così di pubblico dominio. Invece no. La costruzione del Mostro procede a mano a mano che si avvicina il voto di giugno. Il Cavaliere è malato, va con le minorenni, è un corruttore di avvocati, vuole abolire il Parlamento. Franceschini ha chiesto voti, significativamente, davanti alla platea di Annnozero, solo per riequilibrare l’enorme consenso del premier. Per anni abbiamo sostenuto, l’ha detto persino Veltroni prima della cura Di Pietro, che non bisogna più chiedere il voto «contro» ma «per». Si sono fatti congressi per invitare la gente di sinistra a lasciare gli ormeggi delle vecchie ideologie per passare a motivazioni positive. Tempo sprecato. In preda al panico il gruppo dirigente del Pd sta tirando la volata a Di Pietro. Fra qualche settimana al prossimo convegno del Centro per la Riforma dello Stato o della fondazione Italianieuropei, saremo chiamati a discutere di bicameralismo malato e di pletoricità della rappresentanza. Roba da matti.

Caldarola

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martedì, 12 maggio 2009

Vecchie o nuove, di natura etnica, linguistica, religiosa, sessuale o altro, le comunità sono le dimensioni naturali dell’appartenenza. Foss’anche per staccarsene, nessuno può esistere senza. Poiché la ragione pratica s’esercita inevitabilmente in un contesto, l’io è sempre incorporato in una storia ed essa non si riconduce mai a uno statu quo, tanto meno al passato. Beninteso, nessuno è tenuto (né dev’esserlo) ad appartenere a una comunità. Si può entrarvi, si deve poterne uscire ed eventualmente tornarvi. L’esperienza storica mostra che l’appartenenza a una comunità è legittimamente vista come positiva da molti (pone a contatto con coloro nei quali ci si riconosce) e legittimamente vista come negativa da altri. Ai giorni nostri, in un’epoca nella quale lo Stato sociale pare in crisi irreversibile, la dimensione d’appartenenza è anche, in molti casi, un potente fattore d’aiuto reciproco e solidarietà. In un’ottica giacobina, come quella francese, la dimensione d’appartenenza esclude altre dimensioni d’appartenenza (l’ossessione della «doppia lealtà»). In un’ottica non giacobina, compito del politico è articolare insieme più dimensioni d’appartenenza.

L’ascesa delle comunità coincide con l’esaurimento dello Stato-nazione, che nel periodo posteriore alla pace di Westfalia è stato la forma politica privilegiata della modernità. Non è un caso: l’emergere della postmodernità va di pari passo con la paralisi progressiva del modello dello Stato nazionale e la ricomparsa di forme politiche che lo superano (blocchi continentali dal ruolo-chiave nel mondo multipolare) o lo erodono (rivendicazioni localiste, moltiplicazione delle «comunità» e delle «tribù» per l’esplosione delle identità per effetto della secolarizzazione, rinascita dei radicamenti regionali e frontalieri-transnazionali). La modernità ha fatto dimenticare che la storia ha avuto e avrà altre forme politiche rispetto allo Stato-nazione. In un passato non remoto, la grande forma rivale dello Stato-nazione è stato l’Impero, i cui più antichi teorici furono Marsilio da Padova, Dante e Nicolò Cusano. Caratteristica dell’Impero, che non è una nazione più grande delle altre, è articolare le differenze. La sovranità vi è ripartita, le particolarità etniche e culturali, religiose e di costumi vi sono giuridicamente riconosciute, se non sono contrarie alla legge comune. La regola è applicare il principio di sussidiarietà. Oggi vari suoi principi si ritrovano nell’idea federalista, l’unica a conciliare la necessità dell’unità di comando al vertice col rispetto della diversità a ogni livello, a partire dalla base.

Nella tradizione dell’Impero, nazionalità non è sinonimo di cittadinanza. I concetti sono diversi: il popolo politico (demos) non si confonde col popolo etnico (ethnos), ma l’uno non ostacola l’altro. Invece sono indistinguibili nell’ottica giacobina. Si nota oggi che i «repubblicani» appiattiscono la nazionalità sulla cittadinanza, mentre i razzisti appiattiscono la cittadinanza sulla nazionalità. Gli uni e gli altri si congiungono in uno stesso ideale d’indistinzione.

Al vivere insieme di chi abita lo stesso Paese occorre una legge comune, s’è detto. Un punto su cui non si può transigere: è nella natura stessa del multiplo esigere un principio unitario, senza il quale si finisce nella spirale infinita delle rivendicazioni dei «diritti», equivalente alla «tirannia delle minoranze» paventata da Tocqueville. Ma la legge comune deve tener conto delle particolarità, esaminare le rivendicazioni legate a consuetudini, ammettere quelle che non minacciano l’ordine pubblico e prevedere le disposizioni necessarie perché possano esistere. Ma al di là della legge comune non c’è da farsi illusioni: solo un grande progetto può nutrire la volontà di vivere insieme e darsi un destino. L’epoca attuale, che privilegia gli interessi sui valori, sembra ormai lontanissima dai grandi progetti collettivi. Le rivendicazioni sociali sono sempre più parcellizzate e pare trionfare l’individualismo dei comportamenti. Ma, giunta al compimento, ogni tendenza si capovolge bruscamente. Domanda fondamentale: a quale grande progetto potrebbero associarsi le comunità?

Un Paese non trova coesione annientando le coesioni particolari. La natura sociale dell’uomo può esser pensata solo a partire dalle comunità che formano il tessuto della società. Solo così, forse, si potrà civilizzare la differenza.

Alan de Benoist

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martedì, 28 aprile 2009

Il discorso di Berlusconi del 25 Aprile è densamente articolato e rappresenta un importante messaggio politico raccogliendo la sfida del segretario del Pd. La maggioranza di Berlusconi è divenuta l'unica maggioranza legittima esistente nel Paese. Non era possibile che il suo leader fosse in una posizione polemica di principio con una festa nazionale scritta obbligatoriamente nel calendario della Repubblica. Divenuta maggioranza stabile, la coalizione berlusconiana non poteva vivere come scisma una festa nazionale.
Il compito di Berlusconi non era semplice, perché occorreva cambiare la tesi politica su cui la sinistra aveva costruito la sua egemonia nella lettura della storia italiana anche a livello istituzionale. Questa storia era costruita sul binomio Resistenza-Costituzione. La Resistenza veniva vista come atto del movimento partigiano, di una minoranza eroica che aveva liberato la nazione dal suo passato fascista e aveva fondato la nuova Costituzione, espressione della liberazione della storia italiana dalle sue pulsioni autoritarie. La Resistenza era interpretata come una rivoluzione e la Costituzione come un atto rivoluzionario, cioè un atto di nuovo inizio rispetto non solo al regime fascista ma anche alla storia del Paese. Alla base di questo stava la cultura del Pci, divenuta egemone, che rinunciava a fare in Italia la rivoluzione comunista, alla presa del potere resa impossibile dagli accordi di Yalta che portavano la firma di Stalin e consegnavano l'Italia all'Occidente. Ma ebbe la genialità di interpretare la Costituzione come rivoluzione e il Partito comunista come la chiave della Resistenza e il fondatore politico della Costituzione.
Berlusconi poteva accettare il 25 Aprile solo reinterpretandolo. E lo ha fatto sostituendo al concetto di Resistenza di una minoranza quello di una scelta per la libertà del popolo e della nazione italiana. In funzione della sua storia, il popolo aveva scelto la libertà ed era questo consenso a legittimare l'ordine politico che nasceva dalla fine del fascismo e della guerra. Berlusconi ha interpretato il 25 Aprile con il concetto metapolitico della libertà come valore, come fatto spirituale che va oltre le istituzioni e le fonda. Il popolo e la nazione sono interpretati da lui come il fondamento dello Stato, ciò che gli conferisce figura di Stato sulla base di una cultura e di una legittimità fondata sul consenso. Può accettare il tricolore partigiano della Brigata Maiella, perché vede nei partigiani una parte del grande movimento popolare che si fonda su un valore assoluto, quello che nasce dal dramma della Seconda guerra mondiale: la libertà. Così offre una nuova base di legittimità al 25 Aprile, togliendo alla cultura della festa il carattere rivoluzionario, reinterpretandola come movimento della nazione e del popolo verso un valore metapolitico e spirituale: la libertà. La festa della liberazione diviene così la festa della libertà ed è una legittimazione della nazione e del popolo italiano, non riscattato da una minoranza rivoluzionaria ma dalla sua sofferenza e dal suo desiderio di ritrovare se stesso dopo la sciagurata alleanza che il fascismo aveva stipulato con il nazismo: una negazione essenziale dei valori cristiani e umani del nostro Paese. Così Berlusconi evita la saldatura tra il 25 Aprile e la Costituzione perché la libertà è un valore più alto dei testi scritti e non è un atto singolo, anche costituzionale, che fonda la legittimità, ma è il consenso del popolo sul principio di libertà come verità legittimante.

Berlusconi elogia il lavoro della costituente, lo vede anch’esso come parte del travaglio politico del passaggio alla democrazia piena. Cita gli autori costituzionali di tutti i partiti, vede nel testo la legittimità del consenso, ma anche il suo carattere di compromesso storico legato alla contingenza storica.
Il consenso del popolo sulla legittimità delle istituzioni fondate sulla libertà riconquistata è visto come il punto di riferimento della legittimità della nazione e del popolo. Non si sono privati del potere costituente che a loro appartiene e di cui il corpo elettorale e la democrazia sono espressione. Il 25 Aprile rivoluzionario aveva delegittimizzato non solo Berlusconi, ma anche i partiti democratici occidentali e aveva fatto dei postcomunisti la sola fonte di legittimazione politica.
Il lungo cammino di Berlusconi attraverso le istituzioni giunge al punto di una rifondazione del senso di esse. Berlusconi, delegittimato il 25 Aprile in chiave rivoluzionaria, legittima il 25 Aprile come festa della libertà.

Baget Bozzo

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giovedì, 23 aprile 2009

E' il mio intervento a Ferrara

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mercoledì, 08 aprile 2009

Questa volta abbiamo visto lo Stato. Non era mai accaduto prima. In Irpinia qualcosa cominciò a muoversi dopo le aspre parole di Pertini e la sua requisitoria contro gli uomini di governo. Napolitano non ha avuto bisogno di fare discorsi a tv unificate. La Protezione civile di Bertolaso si è confermata una delle macchine più efficienti della Repubblica. Le forze di polizia sono state mobilitate in poche ore. I nostri pompieri hanno mostrato lo stesso coraggio di quelli di New York l’11 settembre. I soccorritori non hanno avuto il tempo di chiedersi cosa fare e dove andare. Ricordo l’angoscia dei volontari dell’Irpinia quando la generosità di tanti si smarriva di fronte all’inefficienza dell’intervento pubblico.

Berlusconi si è immediatamente assunto la responsabilità di dirigere in prima persona l’intera macchina dei soccorsi. Come ha fatto per Napoli, anche per L’Aquila il premier non ha delegato nulla, ma è sceso in campo direttamente. L’impresa era ed è difficile. Il terremoto ha distrutto un’intera città e paesini appollaiati sulla montagna. Quello che colpisce è stata la chiarezza del comando. Penso solo alla scelta di aver bloccato l’autostrada per impedire l’afflusso disordinato di persone che avrebbero ostacolato il flusso dei soccorsi. Penso alla notte fra lunedì e martedì quando, raccontano le agenzie di stampa, grazie alla presenza dello Stato non un solo atto di sciacallaggio è stato compiuto ai danni della popolazione indifesa.
Lo Stato presenta all’Aquila ha mostrato tutti i suoi volti. È stato amichevole verso chi ha perso tutto, ha cercato d’impedire che si diffondesse il panico, ha mobilitato risorse e le ha coordinate, è stato severo verso i malintenzionati. Il volto dell’Italia che viene fuori dai primi giorni post-terremoto è quello di un Paese ferito ma non piegato. C’è anche l’immagine di un Paese orgoglioso. Il rifiuto degli aiuti stranieri reso possibile dalla nostra capacità di fronteggiare la crisi sicuramente accrescerà il prestigio dell’Italia. All’emergenza pensiamo noi, aiutateci nella ricostruzione investendo su di noi. Questo è stato il messaggio forte che in queste ore l’Italia sta dando a tanti governi, a cominciare da quello americano, che generosamente si sono offerti di inviare denaro e medicinali.

Diciamo la verità: la reazione dello Stato questa volta è sembrata sorprendente. Eravamo abituati a popolazioni abbandonate a se stesse, a sindaci costretti a implorare interventi immediati, alla confusione di interventi senza coordinamento. Si dice: nei momenti eccezionali l’Italia mostra il meglio di sé. Questa volta è stato il governo a mostrare il meglio di sé. Non ho alcuna reticenza a scrivere che tutto questo è merito di Silvio Berlusconi. Si era appena spenta la ridicola «querelle» su inesistenti gaffe internazionali che il premier ha mostrato una capacità di intervento nella crisi che non ha eguali nel passato. Ha fatto bene Franceschini a proporre la mano tesa. Ha fatto bene anche perché poche ore prima il leader Pd e il suo staff si erano prodotti in una nuova manifestazione di antiberlusconismo di maniera che lasciava temere il peggio.

Berlusconi ha mostrato in queste ore capacità di leadership generali. Dopo il successo di Napoli, l’intervento su L’Aquila e le zone terremotate accresceranno il suo indice di popolarità. È un bene solo per lui e per la sua parte? No, da uomo di sinistra penso che sia un bene per tutti. Abbiamo bisogno di voltare pagina, di chiudere quindici anni di «guerra civile parlata» che hanno logorato il Paese. Ora si può entrare in un’altra fase. L’Italia ha un capo di governo che dà garanzie di guida, che ha una propria visione del mondo, che sa parlare e sa fare. Chi è contrario lo dica, chi ha un’altra proposta la faccia. Ma è ora di farla finita con le vecchie demonizzazioni. Berlusconi ha rimesso in moto lo Stato due volte: a Napoli e ora in Abruzzo. Questo si chiede a un uomo politico di governo e questo è accaduto.

So che scrivendo queste cose attirerò sulla mia testa gli improperi e gli insulti di tanti miei compagni di schieramento. Un tempo si diceva che la verità è rivoluzionaria. Ne sono convinto tuttora. Riconoscere al «principale esponente dello schieramento a noi avverso» di aver dato una prova di capacità di governo è il minimo che si può fare oggi. Non bisogna aver paura di criticare il governo, ma neppure di apprezzarlo quando lo merita

Caldarola

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martedì, 07 aprile 2009

Che l'Italia sia la patria dell'ignoranza scientifica, è un dato di fatto; concetti di fisica e matematica che dovrebbero essere patrimonio comune dalle scuole medie spesso appaiono arcani ai più.

Penso alla questione della prevedibilità dei terremoti; gli sciami sismici, il radon, possono essere indizi di fratture, ma non misurano di fatto nè l'energia cinetica accumulata, nè permettono di determinare il dove ed il quando.

Anche in questo caso, spiace dirlo, rientriamo nei sistemi a natura caotica; nell'ipotesi che si potesse trovare uno strumento predittivo che sarebbe comunque non deterministico, il suo orizzonte temporale sarebbe estremamente limitato.

E sapere di un terremoto trenta secondi prima che avvenga non è che sia di grande utilità.

Perciò gli Agnoletto, i Travaglio... Ammettendo la loro buona fede, non posso però non constatare la loro ignoranza abissale.

Avvoltoi e sciacalli forse no, ma asini sicuramente. Gentilmente, smettete di ragliare.

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venerdì, 03 aprile 2009

Non ho gran stima di Baricco romanziere: lo trovo superficiale, dallo stile sciatto, abile più nel marketing che nell'esplorazione dei drammi dell'animo umano; caratteristica comune a tutti gli autori postmoderni italiani, epigoni di una decadenza culturale.

Però Baricco, oltre ad una non comune capacità affabulatoria, è dotato della consapevolezza, a differenza ad esempio dei Wu Ming, che il suo compito è narrare storie, non sparare giudizi assoluti, spesso fondati sull'ignoranza, e di una lucida intelligenza.

Dote che si è vista nel sue riflessioni sulla politica.

"Fin dalle origini Berlusconi è riuscito a rivoluzionare gli schemi, a cambiare la partita. Per esempio puntando sui voti di missini. Mentre noi eravamo attardati a dire no, non vale, lui vinceva le elezioni. Io sono molto lontano, antropologicamente direi, dalla destra. Ma sono anche una persona che ha una grande fascinazione per il futuro. Riconosco loro un'apertura mentale capace di immaginare schemi che ci sorprendono ogni volta. E questo perchè ? Perchè davanti alla gran parte di questi schemi, la reazione della sinistra è stata da bambini dell'asilo: non c'era nelle regole, non vale"

Reazione che ad esempio è quella di Pancho Pardi: il rifiuto aristocratico di capire che il mondo cambia, di piagnucolare, invece che reagire. D'altra parte Baricco, a differenza di un barone universitario prestato alla politica, con i relativi privilegi di casta, per esser benestante deve vendere libri e tanti. Per questo deve capire bene cosa vogliono i suoi connazionali

Oltre ad identificare il male della Sinistra, Baricco propone anche soluzioni.

"Dobbiamo offrire alla gente modelli di futuro. E su questo la destra ha molte meno difficoltà della sinistra perchè la sinitra italiana non riesce a capire che la gente vuole che si giochi su campi diversi, vuole un'impistazione diversa dei problemi. Di solito la sinistra non riesce a produrre niente di questo. Riesce a creare solo piccole variante sulle mosse, che potrebbero anche condurre alla vittoria della partita, ma è una partita che ormai ha stancato tutti. Il futuro si fa cambiando le regole. Su questo non non dobbiamo più avere dubbi. Quello che dovremmo fare noi che non votiamo PdL è essere capaci di distruggere dei tabù che abbiamo. La conservazione è qui a sinistra, su questo non ho dubbi"

Si potrebbe obiettare come di concreto non ci sua nulla, ma come direbbe ogni esperto di strategia, ogni azione deve essere fondata su una visione.

Il dramma del PD è che ha nominato segretari i romanzieri sbagliati

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giovedì, 02 aprile 2009
PdL

Elettori, futuro, internet: alcune parole chiave su cui siamo chiamati a lavorare. La prima sfida sarà quella di coinvolgere nella vita del partito i milioni di elettori che hanno salutato la propost politica di Silvio Berlusconi e del PdL. Quei milioni di cittadini non saranno mai militanti a tempo pieno, non credono alla dimensione  novecentesca del totus politicus, ma desiderano essere coinvolti in questo progetto, in forme compatibili con la modernità e con uno stile di vita al quale non intendono rinunciare.

Questo è possibile in due modi. Nel merito, coniugando al futuro il progetto del PdL: immaginando il nuovo partito in termini post-ideologici, aperti, pragmatici,inclusivi, fatti per parlare non solo all'elettorato tradizionale di centrodestra, ma anche a tanti cittadini. Un primo successo del PdL è stato quello, alle elezioni politiche di un anno fa, di convincere un 3% abbondante di elettori che nel 2006 avevano votato per il centrosinistra, a spostarsi a destra.

E'- a parti invertite - l'operazione compiuta da Blair nelle sue tre vittorie: mantenere l'elettorato tradizionale laburista, ma conquistare anche una quota importante di incerti e addirittura una piccola ma decisiva fetta di conservatori. Ecco perchè  bisogna scommettere sul futuro, più che sulle identità passate: le matrici culturali possono e devono vivere nella ricchezza di fondazioni, rivist,think tank che accompagneranno la vita del nuovo partito: ma il partito, soprattutto nei momenti elettorali, dovrà basarsi sulla concretezza di proposte capaci di parlare a un arco amplissimo di elettori, senza mai "escludere" o schiaccirsi su posizioni minoritarie.

C'è anche un aspetto legato al metodo, agli strumenti che possono aiutare. Accanto alle forme organizzative più tradizionali, irrinunciabili per definizione, a partire da un capillare radicamento territoriale, il nuovo partito dovrà puntare su Internet, sui social network, sul coinvolgimento degli elettori e non solo della ristretta cerchia degli associati, in sintesi innovativa tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa. E così, a me pare, che il nuovo partito potrà raggiungere un traguardo storico che è già alla sua portata: il 50% + 1 dei consensi

Capezzone

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