domenica, 25 maggio 2008

Comincia a farsi strada faticosamente la consapevolezza che la regolamentazione delle funzioni e della stessa carriera dei magistrati del pubblico ministero non può più essere identica a quella dei magistrati giudicanti, diverse essendo le funzioni e, quindi, le attitudini, l'habitus mentale, le capacità professionali richieste per l'espletamento di compiti così diversi: investigatore a tutti gli effetti il pubblico ministero, arbitro della controversia il giudice. Su questa direttrice bisogna muoversi, abbandonando lo spauracchio della dipendenza del pubblico ministero dall'esecutivo e della discrezionalità dell'azione penale, che viene puntualmente sbandierato tutte le volte in cui si parla di differenziazione delle carriere. Disconoscere la specificità delle funzioni requirenti rispetto a quelle giudicanti, nell'antistorico tentativo di continuare a considerare la magistratura unitariamente, equivale, paradossalmente, a garantire meno la stessa magistratura, costituzionalmente garantita sia per gli organi requirenti che per gli organi giudicanti...

Così scriveva Giovanni Falcone. Seguendo il suo spirito, questo blog appoggia la proposta di legge di modifica costituzionale d'iniziativa dei deputati del PD,BERNARDINI, MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, FARINA COSCIONI, MECACCI, ZAMPARUTTI, presentata il 29 aprile 2008

1. L'articolo 112 della Costituzione è sostituito dal seguente:
«Art. 112. - Ciascun Procuratore generale presso la Corte d'appello stabilisce di anno in anno, per il proprio distretto di competenza, le priorità nell'esercizio dell'azione penale, in attuazione delle linee guida definite a livello nazionale dal Ministro della giustizia, che le illustra, entro il 30 novembre di ciascun anno, in una relazione annuale al Parlamento.
Ciascun Procuratore della Repubblica presso il tribunale ordinario e presso il tribunale per i minorenni stabilisce di anno in anno, per il proprio circondario di competenza, le priorità nell'esercizio dell'azione penale nel quadro delle priorità definite ai sensi del primo comma».

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domenica, 13 aprile 2008

E' un'opera di Imageofme che fa veramente riflettere sulla fragilità della Democrazia !!

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mercoledì, 02 aprile 2008
 
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mercoledì, 26 marzo 2008

Il Partito democratico nasce dalla fusione dei Ds con la sinistra democristiana, cioè proprio con quella parte della Dc che era più sensibile all’autonomia della politica dalle radici cattoliche del Paese e che aveva stabilito da molto tempo un rapporto di intesa con il Pci.
I «popolari» nel Pd sono tanti, ma silenziosi. Gli unici vocali erano i prodiani con Rosy Bindi, ma essi sono stati marginalizzati dalla segreteria Veltroni. Erano i soli a giustificare l’alleanza con i Ds come principio politico e fare di essa un’identità progressista per il mondo cattolico. L’alleanza con i Ds li ha salvati dai processi degli anni ’90, ma la loro legittimità politica dipende proprio dal configurarsi come dimensione interna all’alleanza con i diessini. Nessun leader è emerso dall’area democristiana che si possa dire espressivo della coalizione come risulta ora.

Non a caso il candidato è un diessino e le figure di rilievo del Partito democratico vengono tutte dall’area postcomunista. I popolari democristiani hanno molti seggi ma nessun volto, non possono proclamare un’identità politica diversa da quella del partito e quindi sono condannati all’autocensura. Non possono nemmeno dire di essere contrari al riconoscimento delle nozze omosessuali perché l’esclusione di principio di esse è impossibile al Pd nel suo insieme. I radicali possono parlare perché le loro tesi coincidono con quelle di principio dei socialisti europei. E i popolari democristiani devono fare solamente massa, ma non producono un linguaggio politico, meno che mai linguaggio cattolico in politica. Il vero fatto nuovo del Pd è che esso è l’ultima transizione dal Pci al Pds e infine al Partito democratico. Il fatto politico importante è il passaggio postcomunista, che riesce persino a mutare linguaggio assumendo quello dell’avversario principe, Silvio Berlusconi, ottenendo su questo radicale cambiamento il consenso del popolo diessino, abituato da sempre ai cambiamenti strategici e pratici più radicali, mantenendo la certezza di rimanere identici alla loro storia.

Non esiste un pensiero politico dei «popolari» che motivi le ragioni del loro confluire in un partito che è in sostanza una transizione interna alla storia postcomunista. Gli ultimi leader storici della Dc, come Ciriaco De Mita e Gerardo Bianco, lasciano il Pd e De Mita va addirittura con l’Udc. Non è possibile che il Pd nato dai diessini, non conduca là dove va la socialdemocrazia europea cioè nell’adozione del laicismo come ostilità al Cristianesimo in politica di cui la punta più forte è divenuta appunto la questione omosessuale.

Nel Pdl invece si realizza un partito di tradizione e di libertà in cui il ruolo storico della Chiesa nella storia italiana viene riconosciuto con il fattore fondante dell’identità nazionale. In esso conseguentemente la posizione cattolica sulla famiglia e sulla vita fanno parte dell’essenza del programma, ne costituiscono l’identità. Comprendiamo che ci sia nel mondo cattolico una nostalgia per la Dc come partito confessante, ma l’unità dei cattolici non è più possibile, non solo per la sua crisi degli anni ’90 e l’autoscioglimento del partito, ma per il livello di secolarizzazione della società italiana.

Il Popolo della libertà rappresenta una secolarizzazione dolce che, nel pieno riconoscimento delle ragioni storiche della Chiesa in Italia, pensa alla fusione di tradizione di libertà, di stabilità e di progresso. È interamente immune, come tutti i partiti popolari europei, dalle influenze del laicismo anticattolico e quindi dà la migliore garanzia di trovare un interlocutore che parte dalla concezione positiva della Chiesa cattolica. Mentre in Europa a sinistra prevale il tema del laicismo, sino al punto che in Spagna e ora in Gran Bretagna si sia abolito il nome di padre e di madre, distrutto le parentele, tolto cioè quel legame sociale che è il primo di tutti i legami sociali e li fonda tutti. Per questo la Chiesa italiana non appoggia la lista sulla moratoria dell’aborto e si fa sempre di più debole il riferimento a quel residuo minimale democristiano che è l’Udc divisa in gruppi e correnti come la vecchia Dc.

La scelta del Pdl significa sviluppo nella tradizione. Il Pd indica la lenta marcia anche in Italia verso il laicismo delle sinistre europee.

Baget Bozzo

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mercoledì, 26 marzo 2008

equisito in possesso della stragrande maggioranza delle persone in quiescenza, eccezion fatta per le donne che saranno ingiustamente discriminate), mentre nessuno farà caso all'importo del trattamento, sia esso d'argento o dorato.

Saremmo portati a dire che il Pdl lo sgambetto del superWalter se lo è quasi meritato. Nello schieramento di centrodestra - a partire dal momento della elaborazione - vi è stata una certa sottovalutazione dei contenuti del programma (erano in preparazione documenti preliminari ben più ricchi e puntuali di quello che poi ha visto la luce). Manon ci faremo incantare (confidiamo che neppure i pensionati ci caschino) dall'ultima beffa dell'ex sindaco diRoma(in quale è pur sempre l'esponente politico del Pd che più assomiglia a Silvio Berlusconi e che è competitivo con il Cav. sul terreno della comunicazione). È troppo facile servirsi del fisco come di un attaccapanni a cui appendere le aspirazioni degli italiani. Anche perché il Pdl non si fatto mancare nulla a questo proposito.

Quando Berlusconi promette di cancellare l'Ici sulla prima casa parla pur sempre a milioni di pensionati che sono proprietari dell'appartamento in cui vivono; quando promette una graduale introduzione del quoziente familiare si rivolge pure a quegli anziani - non sono pochi - che hanno delle persone a carico. E quando assume l'impegno di ridurre, nell'arco della legislatura, la pressione fiscale sotto la soglia del 40%, è evidente che intende abbracciare una vasta platea di contribuenti, pensionati compresi.

Basterebbe chiedere al Pd come intende finanziare quei 2,5 miliardi l'anno (in verità, visto il numero degli interessati servirebbero almeno 3,5/4 miliardi) occorrenti per rendere credibile l'operazione. Si tratta forse di ripescare, in una prospettiva economica volta a peggiorare, un «tesoretto» che quasi sicuramente non ci sarà o risulterà tanto esiguo da consentire interventi di qualche euro, da spartire, per giunta, con i miglioramenti promessi ai lavoratori dipendenti? I pensionati hanno bisogno di ben altro. Pochi sanno, ad esempio, (anche i sindacati tacciono in proposito) che ben 5 dei 7 punti di Pil che le riforme pensionistiche faranno risparmiare, a regime intorno al 2030, deriveranno dai tagli apportati ai sistemi di rivalutazione automatica dei trattamenti.

In sostanza, le pensioni sono destinate a perdere valore nel tempo non solo rispetto all'andamento del costo della vita, ma anche e soprattutto nei confronti della dinamica delle retribuzioni dei lavoratori attivi. È su tali aspetti che occorre agire in modo strutturale per tutelare i redditi degli anziani, senza ricorrere ai fuochi d'artificio di promesse fiscali chiaramente inesigibili.

Cazzola

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domenica, 23 marzo 2008

Cristo è risorto, Alleluia

Buona Pasqua a tutti

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domenica, 23 marzo 2008

In questi giorni, sia a Destra, sia a Sinistra, fiorisce la polemica sui privilegi dei nostri parlamentari.

Trascurando che la politica costa, lo sto vedendo nelle elezioni locali, in cui non vige il calmiere moralizzatrice delle liste bloccate, c'è parecchia malafede e demagogia.

Primo, particolare che spesso si dimentica di citare, la maggior parte dei soldi presi non vanno in tasca agli eletti, ma entrano nelle casse del partito. Secondo, tali retribuzioni e benefit non van paragonate a quelle degli operai, ma a quelle di un qualsiasi manager che lavora in trasferta.

Tenuto conto di questi due fattori, i nostri parlamentari non son così scandalosi. Il vero problema è che se i risultati quantivi del dirigente possono essere misurati in termini di contratti e revenues, quelli del parlamentare, appartenendo alla sfera qualitativa, son più più difficilmente percepibili.

Possiam pure tagliare, per dare un buon esempio, dimenticando poi che i veri sprechi sono nelle province e nelle comunità locali, gli strumenti del clientelismo del PD, ma poi non lamentiamoci se la transizione italiana dalla democrazia alla timocrazia diverrà completa

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sabato, 22 marzo 2008

Hu Jintao.  Attenzione, pericoloso serial killer, colpevole dell'assassinio di centinaia di tibetani. Ultimo avvistamento, a Pechino. Chi lo incontrasse, è pregato di segnalarlo agli organi competenti

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mercoledì, 19 marzo 2008

A distanza di sei anni dalla morte per mano di un commando brigatista, Marco Biagi vive nelle opere dedicate alla sua memoria. Innanzi tutto la Fondazione, voluta e animata dalla moglie Marina Orlandi, che svolge un’intensa attività di promozione culturale di livello europeo ed internazionale; il Centro studi incardinato nella Università di Modena diretto da Michele Tiraboschi; la pubblicazione di una prestigiosa rivista giuridica e di un utilissimo bollettino on line che è divenuto uno strumento indispensabile per i cultori e gli operatori del diritto del lavoro; l’impegno di un gruppo di giovani ricercatori preparati e fortemente motivati.

Ma è sul piano politico che Marco ha ottenuto quegli attestati che, prima o poi, spettano ai giusti, anche quando, per lungo tempo, sono stati insultati e vilipesi. Se nel 2006 tanto la Cgil, quanto l’Unione si scagliavano contro la legge n.30/2003 (rifiutandosi, peraltro, di riconoscerne l’intitolazione al professore Biagi) chiedendone ora «il superamento», ora «l’abolizione», ora «la drastica revisione», oggi su quelle posizioni è rimasta soltanto «la sinistra arcobaleno». Nel programma del Pd non si parla più della legge Biagi, anche se è ricominciata, per iniziativa dello stesso Veltroni, la «giostra del Saracino» intorno alla figura del precario. Fateci caso: quando il leader del Pd tiene dei discorsi è - sempre e disinvoltamente - più riformista di quanto gli sarebbe consentito da un’attenta lettura del programma elettorale del partito, nelle cui pagine non mancano rigurgiti statalisti e dove le solite problematiche ostili alla flessibilità del lavoro emergono nei contenuti e nelle proposte (a partire dall’idea di introdurre un salario minimo legale).

Verrebbe da chiedersi - ora che si annuncia la vittoria elettorale del Pdl - quali sarebbero le posizioni di Biagi nel dibattito aperto in materia di lavoro. Le idee di Marco a proposito dei nuovi ammortizzatori sociali e del tema cruciale della riforma della contrattazione sono state affidate al Libro bianco sul mercato del lavoro, un documento tuttora ricco di intuizioni e di suggerimenti appropriati. E in materia di licenziamenti? Anche se in tanti girano al largo del problema (a partire proprio dalla Confindustria) la questione non è archiviata per sempre dopo la sconfitta (o meglio la resa) sulla revisione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, incassata dall’allora governo Berlusconi nel 2002.

È stata l’Unione europea a porre l’esigenza, nel quadro di un sistema di flexsecurity, di una maggiore flessibilità «in uscita» dal rapporto di lavoro, quale indispensabile contributo alla crescita dell’occupazione prima ancora che alla capacità competitiva delle imprese. In Italia, il Pd ha messo in campo, candidandolo al Senato, Pietro Ichino, un giurista moderno e coraggioso, che non ha esitato un solo momento ad esporre le proprie opinioni sugli aspetti giuridici più delicati (disciplina del licenziamento compresa), allo scopo di riunificare il mercato del lavoro demolendo quel muro che adesso esclude gli outsiders dalla «cittadella delle garanzie» ostinatamente presidiata dagli insiders. Le posizioni di Ichino hanno imbarazzato il Pd che si è affrettato a prenderne le distanze.

È singolare, però, che analogo atteggiamento sia stato assunto, in più occasioni, da Giulio Tremonti, il quale ha dichiarato in un’intervista a La Stampa: «Ho sempre ritenuto che è migliore la libertà di assumere rispetto alla libertà di licenziare. Non credo che l’eliminazione dell’articolo 18, una norma largamente sopravvalutata, sia una priorità. Del resto - ha proseguito - la struttura sociale europea non è preparata ad una forsennata mobilità». Premesso che nessuno si è mai sognato di proporre l’eliminazione dell’articolo 18 né di auspicare una «forsennata mobilità», trattandosi, invece, della sola revisione dell’attuale disciplina in chiave di tutela obbligatoria (col risarcimento del danno) e non più reale (con la reintegra nel posto di lavoro), se non per i licenziamenti di carattere discriminatorio, chi gli fu amico sa bene come reagirebbe oggi Marco Biagi.

Pochi mesi prima della morte il professore preparò una breve relazione per il governo in tema di regole per la risoluzione del rapporto di lavoro. «Una delle priorità nella agenda della modernizzazione - scriveva - è certamente quella della flessibilità in uscita. Il nostro sistema è più rigido e antiquato di quello esistente in molti dei nostri partners europei. Oltre a ciò è chiaro che se abbiamo un alto tasso di rigidità in uscita rispetto alla disciplina del lavoro subordinato standard, a tempo indeterminato e iperprotetto i nostri datori di lavoro ricorreranno sempre di più al lavoro flessibile... D’altra parte - proseguiva - il tema della flessibilità in uscita può essere affrontato anche su un altro versante: quello di una incisiva riforma dell’arbitrato in materia di lavoro, senza che ciò significhi svuotare il ruolo della magistratura».
Del resto, che Marco non avesse dubbi in proposito si rileva anche dal fatto che la norma di revisione parziale dell’articolo 18 era contenuta nell’articolo 10 del ddl che, una volta approvato (con lo stralcio del suddetto articolo), assunse il nome di legge Biagi

Cazzola

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martedì, 11 marzo 2008

La globalizzazione può far paura,ma fa bene all’Europa, alla sua economia e ai portafogli degli europei. Quanto? Cinquemila euro a famiglia, secondo uno studio dell’American Chamberof Commerce. I dati sono impressionanti e illustrano perché, nonostante la crisi dei mercati finanziari e gli allarmismi su una possibile recessione, la strada da percorrere è quella delle libertà economiche, dell’apertura dei mercati, delle riforme Strutturali e del meno tasse. Che cosa dice l’American Chamber of Commerce?

Che gli europei hanno avuto vantaggi tangibili dalla globalizzazione e che c’è ancora un ampio margine di crescita. Può sembrare un paradosso, ma diversi Paesi dell’Unione europea - come Irlanda, Regno Unito e Finlandia - si sono adattati meglio degli Stati Uniti. Nel suo complesso, dal 1990 al 2006 la vecchia Europa a 15 - quella segnata da più rigidità e minor crescita economica - ha visto le esportazioni crescere dal 52 al 64 per cento. Altro paradosso apparente, l’Ue ha quadruplicato le sue esportazioni verso i Paesi in via di sviluppo: i nostri nuovi principali clienti sono Cina e India, a cui si aggiungono Russia, Medio Oriente ed Europa dell’est.

Se non ci fosse la Cina - se i cinesi non fossero diventati più ricchi vendendo all’Europa magliette a 5 euro ma comprando dall’Europa tecnologia e prodotti di lusso - saremmo tutti molto più poveri. Insomma, la globalizzazione che fa paura è innanzitutto una grande occasione che deve ancora essere sfruttata appieno.

La paura è un facile argomento per conquistare l’elettorato conservatore, di destra come di sinistra. Ma la paura e la conservazione condannano l’Italia alla paralisi e alla sconfitta: possono far cambiare idea a chi fa fatica ad arrivare alla fine del mese,ma non risolvono i suoi problemi. Ci sono infiniti casi recenti e passati: dalla conservazione di un sistema bancario chiuso che condanna gli italiani a pagare un punto percentuale in più sul mutuo della casa, alla paura della Cina che ha spinto la classe politica a chiedere protezionismo anziché puntare sulla trasformazione di interi settori produttivi.

Certo, se esiste una strategia industriale, può essere utile e giusto mettere barriere temporanee e limitate che permettano ad alcuni settori nazionali di completare una transizione. Ma fare delle barriere e dei dazi una politica è un errore.

L’esempio del tessile è lampante: invece di innovare e proporre al mondo prodotti di alta qualità - il valore aggiunto del made in Italy, che purtroppo rimane ancora una nicchia - la maggior parte del tessile italiano ha cercato di vivere su una rendita lontana nel tempo. L’Italia ha continuato a produrre merce di media qualità, si è finto di non veder arrivare la Cina, la nostra classe politica ha continuato a proporre le
quote e i dazi come soluzione, sperando che altri (Bruxelles) risolvessero il problema. Risultato: il tessile italiano sta scomparendo. Non è colpa della Cina, ma della nostra miopia imprenditoriale e politica.

Altri Paesi hanno subito la concorrenza dei prodotti cinesi a basso costo. L’Irlanda è riuscita a ricrearsi un sistema produttivo nuovo, puntando tutto su servizi e ricerca e sviluppo, che le hanno garantito enormi investimenti stranieri. La Germania ha avuto la «sua» Cina europea: ha subito la delocalizzazione di interi settori nell’Europa centrale e orientale, ma la perdita di posti di lavoro è stata compensata dal rinnovamento dell’industria tedesca e dall’arrivo di lavoratori altamente qualificati.

In parte anche l’Italia è stata in grado di superare le difficoltà: ci sono decine di settori (orafi, piastrelle, mosaici, concerie) che hanno saputo rinnovarsi e innovarsi, trasformando la Cina in un’occasione da sfruttare. Oggi la Cina, come tutti i Paesi dove sta emergendo una nuova classe sociale medio-alta (India, Russia, Est europeo), è un mercato potenzialmente enorme per il made in Italy, che verrà perso per sempre se ricominceremo a mettere barriere e dazi.

Alla fine, il miglior modo per allontanare le paure, è governare la  globalizzazione e il commercio attraverso le regole di mercato: solo quando un giocatore viola le regole - vendendo i suoi prodotti in dumping, cioè sottocosto - allora lo si punisce con misure di ritorsione.

Non è nascondendosi dietro la Cina e alla paura della globalizzazione che si risolvono i problemi dell’anziano con la pensione minima, del giovane precario o dell’operaio del tessile che ha perso il lavoro. Se l’inflazione è stata storicamente bassa nell’ultimo decennio è anche grazie alle magliette cinesi.

Se una parte delle industrie europee è diventata molto più competitiva e ricca è grazie alla concorrenza indiana. L’Italia costituisce un’eccezione in Europa perché, salvo i cinque anni di governo Berlusconi, è mancata la volontà politica e il coraggio delle riforme, anche impopolari.

Più libertà di impresa, più mercato, più liberalizzazioni vere, più privato e meno Stato, più servizi, più lavoro e meno statali, e soprattutto meno tasse sono indispensabili nel mondo che sta cambiando. Altrimenti arriveranno altri alibi, come la Banca centrale europea che non abbassa i tassi quando l’economia americana è in crisi.

La decisione della Bce di mantenere invariati i tassi di interesse è salutare per la congiuntura economica che sta vivendo l’Italia. In questo momento, per proteggere la nostra economia dall’aumento del prezzo del petrolio e dall’impennata dell’inflazione, non c’è altra scelta che un euro forte e una politica monetaria rigorosa.

Tagliare il costo del denaro oggi sarebbe di corta veduta e di breve sollievo. Significherebbe aumentare la massa monetaria in circolazione e correre il rischio di una stagflazione potenzialmente devastante per tutta l’Europa. La storia dell’ultimo decennio ci insegna che solo quando gli altri ricominciano a correre, e in primis la Germania, l’Italia torna molto lentamente sulla buona strada. Il problema della crescita italiana non è un tasso al 4 per cento - ancora storicamente basso, nonostante il rischio inflazionistico attuale - ma la mancanza di riforme strutturali vere in grado di liberare le forze produttive e il capitale vivo e un sistema produttivo antiquato che non permette di beneficiare degli effetti positivi della globalizzazione.

Basti vedere i risultati dell’ultimo biennio sotto il governo Prodi: nonostante tutta la propaganda sui conti in (dis)ordine, le (finte) liberalizzazioni e la ripresa (che non c’è), l’economia è bloccata e il Paese è ultimo in Europa per crescita.

Brunetta

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